Quando i papà hanno più paura

I papà hanno più paura

Se c’è una cosa che ho sempre criticato delle persone, sono le crisi di panico.

 

Le persone vanno in panico veramente per tutto. Ci sono persone che quasi lo venerano, entrano in quel mood da iperteso che se non hai vuol dire che non hai la tensione giusta.

Ce né davvero per tutti i gusti. Chi entra in apnea anche solo per l’aereo da prendere o perché il capo li chiama dall’ufficio di fianco. Ci sono poi quelli del panico autoindotto, una sorta di forma di autodifesa. Riescono ad andare in panico anche solo facendo la fila al banco del bar mentre aspettano il caffè (che non dovrebbero bere a quel punto).

Io mi sono sempre detto. No, non perderò mai il controllo. Non succederà mai. Quale mai potrebbe essere l’occasione che letteralmente mi possa far sragionare, sudare, gridare a vuoto come se non ci fosse un domani?

Non avevo fatto i conti con la genitorialità. Già. Quella strana condizione in cui noi papà ci troviamo a confrontarci ogni giorno da quando viene alla luce il nostro primo genito.

Sono loro, piccoli grandi esseri, sangue del nostro sangue, a metterci alla prova. Non sarete più voi stessi, voi quelle persone sicure e spavalde, che non vi fermava nulla, che eravate il maschio dominante, quello che non si ferma di fronte al pericolo. Ecco si voi. L’essere genitore prenderà possesso di voi e farete cose che prima avreste ritenuto impossibili. E naturalmente negherete l’evidenza come se non ci fosse un domani.

 

Pochi giorni fa ne ho avuto la prova.

 

Sembrava una mattina qualunque. Quando ci svegliamo, tutto è organizzato. Colazione rapida, spesso per questioni di tempo, io vado in doccia prima di mia moglie, e quando ho finito lei mi segue a ruota mentre io mi vesto. Questo ovviamente è contemplato se Filippo dorme un po’ di più la mattina. Se invece, come spesso capita, il suo sensore mamma-movimento suona, allora lui sarà sveglio non appena la mamma ha messo un piede giù dal letto. E cosi tutto è diverso.

Qualche mattina fa, è successo proprio cosi. L’orologio segnava implacabile l’ora del ritardo, ma a Filippo importava solamente di due cose: la mamma e il latte. Si è svegliato con il capriccio di chi vorrebbe dormire ancora, ma non lo fa perché gli abbiamo scombinato i piani e la mamma lo ha lasciato nel lettone da solo.

In genere non beve il latte se ci alziamo dal letto, portiamo un biberon in camera ma solitamente lo beve al mattino presto con la mamma e il papà ancora nel lettone. Si perché alle prime luci dell’alba, l’ometto fa il trasbordo dal lettino al letto con mamma e papà, ma questa è un’altra storia.

Quella mattina piange e vuole il latte. E mi dico, perché no. Non c’è molto tempo, almeno resta tranquillo quanto basta.

Peccato il poco tempo e la fretta non sono i migliori amici del papà-perennemente-in-ritardo e quindi, afferro il biberon e opto per l’opzione scaldino in camera da letto. Ci metto solo qualche secondo, penso.

Lo scaldino suona, il latte è pronto. Lo passo a Filippo. E lui fa quella cosa che, per l’appunto, ti fa capire che il panico durante la genitorialità è una cosa ottima, madre natura lo ha fornito come optional di serie, ed è pura sopravvivenza. Quella tensione agonistica che il genitore deve sempre avere, dall’alba a quando i piccoli mostri finiscono tra le braccia di Morfeo.

Filippo prende il biberon, lo appoggia sul comodino e mentre mi giro per vestirmi, fa l’unica cosa che non avevo calcolato. Salta giù dal letto, proprio sopra lo scaldino.

La prima cosa che mi è venuta in mente è stata mia moglie: “Togli sempre lo scaldino appena finito”.

Ed eccolo il panico, li pronto a scattare come il salvavita d’emergenza. Impreco. Lo so non si deve fare ma il panico deve pur aver una valvola di sfogo.

Filippo piange. L’acqua dello scaldino, poca a dire il vero, si è versata sul piedino.

Lo prendo, gli strappo di dosso il pigiama. E ancora non ho capito l’entità del problema.

 

E’ solo quando vedo il piede nudo che capisco.

 

Ed eccolo che il panico si mostra in tutto il suo splendore. Lo stomaco mi si chiude, talmente forte che mi devo piegare un istante per evitare di cadere. E non posso cadere. Filippo ha bisogno.

Corro, urlo. Sembro il leone della savana, ma quello un po’ sfigato di Madagascar, mica il Mufasa de il Re Leone. Chiamo la mamma come se l’unico adulto in casa sia lei.

Passano secondi e devo racimolare i neuroni che sparpagliati nella cassa cranica stanno a loro volta cercando aiuto da qualche altra parte.

Ricorda Antonio, ricorda. Hai fatto anche il corso sugli infortuni domestici. Dai!

Cosa si fa con le ustioni? Posso metterlo sotto l’acqua? No forse non era il caso. O forse si. Ok, il panico è questo. Ti da la tensione agonistica, ti permette di reagire, ma ti da anche un grande handicap quanto a capacità di ragionamento.

Faccio la cosa più semplice e più giusta che potessi fare. Compongo gli unici tre numeri che i neuroni rimasti all’appello nel mio cervello si ricordano. Quelli delle emergenze.

Immediatamente (o almeno questo dal punto di vista dell’orologio) dall’altra parte del telefono una voce estranea, ma amica, mi fa capire che quello che sta accadendo è molto serio. Mi parla, ma è lontana. Sanno cosa sta accadendo meglio di come lo sappia io mentre sono proprio li. Mi danno istruzioni, mi informano, mi dicono che saranno li a breve.

Filippo è stoico, piange e mi chiama. Sembra quasi che sia lui a preoccuparsi di me. Eppure piange forte mentre lo mettiamo sotto una doccia di acqua gelata.

E mi ritrovo con il telefono in mano, perché quella persona mi aveva detto che sarebbero stati li a breve. E dall’altra parte la voce amica cerca di calmarmi e mi rendo conto che il panico è passato alla fase successiva. Ora non ragiono proprio più.

Filippo si è fatto male e devono aiutarci a farlo stare bene.

Poi qualcuno arriva. Filippo mi guarda mentre è in braccio alla mamma. Mi guarda mentre i paramedici gli prestano le prime cure e mi guarda ancora chiedendomi dove sarei andato mentre lo caricano sull’ambulanza.

Mi guarda e dal suo sguardo capisco una cosa: i papà hanno più paura.

L’uomo-papà è un animale strano quanto il suo modo di esprimere i sentimenti. Siamo maschi, siamo uomini, ma siamo solo papà infondo e forse, solo loro, i nostri piccoli mostri ci fanno misurare con il vero significato di questa parola. E ricordatevi, lo faranno nel modo più crudele e spietato possibile.

Per la cronaca, una distrazione di pochi secondi è costata un abbonamento mensile in chirurgia pediatrica. Anche questa è una lezione.

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Mamma a bordo 2016